Il 5 novembre 2020 ero a una conferenza online di Aidan Chambers, tenuta dal NCRCL, il centro di ricerca sulla letteratura per ragazzi in Inghilterra. Chambers: grandissimo autore per ragazzi inglese, personaggio di spessore e cultura, arrivato a 86 anni con una lucidità che incanta.
Peccato che abbia raccontato di come due “staff editoriali” a cui aveva mandato il suo nuovo romanzo gli abbiano risposto: ai ragazzi di oggi le tue storie non piacciono più.
Staff editoriali, e non editor, ha sottolineato con un po’ di nostalgia nella voce. Non una singola persona con cui si è costruito un rapporto nel tempo ma uno staff al servizio di un’azienda editoriale che valuta gli autori un tanto al chilo. Dopo quelle risposte, Chambers ha deciso di smettere e di dedicarsi alla saggistica.
Sentire un grande autore prendere atto di un’obsolescenza imposta dal mercato, fa riflettere. Fa riflettere soprattutto sul tipo di lettori che l’editoria sta allevando. Quando ero bambina leggevo di tutto e navigavo testi molto diversi senza pormi il problema se fossero “su misura per me”. Era quello il bello, l’esplorazione selvaggia.
Tra i libri che mi sono rimasti più impressi nei primi dieci anni di vita ce n’è uno sulla storia del disastro idrogeologico in Valtellina nel 1987, scovato tra la polvere di una biblioteca scolastica fatiscente. Non sapevo dove fosse la Valtellina, non era un libro per bambini, le foto delle persone in mezzo alle macerie lasciarono un profondo solco di empatia dentro di me – penso sia stato quello il momento preciso in cui ho preso coscienza della sofferenza dell’Altro.

La lettura per me deve essere un gesto autonomo, sregolato, avido, curioso, quasi schizofrenico. Il lettore “forte” è capace di navigare i testi anche quando non capisce tutto perché intuisce che quei pezzi oscuri prima o poi si connetteranno al resto da soli. E anche perché non capire alcune cose dà mistero e senso alla lettura, è eccitante, fa venire voglia di sforzarsi di capire. Sta lì l’avventura delle letture d’infanzia.
Se il lettore legge solo alcuni generi e non è capace di immedesimarsi in storie diverse, gender diversi, di guadare il tessuto di epoche lontane, di connettere elementi strani a elementi conosciuti, di rispecchiarsi in storie di adesso come in storie di duecento anni fa perché sente che è il senso di umanità che lega tutte le narrazioni e non il senso del contemporaneo, allora non è un lettore, è un consumatore di narrativa di genere.
I consumatori di narrativa di genere vengono creati in seno alla famiglia e all’editoria per ragazzi.I genitori cercano libri “adatti a mio figlio”. Da leggere “insieme” fino a tredici anni. Che siano simili a libri già apprezzati. Che siano adatti a questa o a quella età. Che siano COMPRENSIBILI al 100% sia nel significato che nelle emozioni. L’editoria ci sta e ha quindi incastrato i piccoli lettori in un rigido sistema di fruizione consumistica che non fa che ribadire in modi più o meno espliciti: QUESTO NON È PER TE. E dice ad Aidan Chambers: ai ragazzi non piaci più.
Chi si sognerebbe di dire a Mozart o a Picasso non piaci più? Questo pensiero consumistico, di lettura utilitaristica, ha portato a un mercato editoriale ipersemplificato. Che propone mediamente sempre le stesse storie rimpastate, che devono soddisfare gli adulti mediatori della lettura nella loro idea di “infanzia”. Ma la lettura mediata, se sei in grado di leggere da solo, è un danno, SEMPRE.
In libreria si va preferibilmente da soli. Si legge da soli, in privato, e si decide in autonomia se condividere o no le sensazioni provate nella lettura. DA SOLI. Se i ragazzi devono invece diventare consumatori di narrativa (sempre guidati, sempre controllati, con qualcuno che dice no questo non lo capisci) è meglio che non leggano, perché la loro massa indistinta e inconsapevole richiede enormi volumi di editoria “su misura”, distrugge la letteratura per ragazzi, e ammazza Aidan Chambers anche se avrebbe altro da dare.
Ai ragazzi si insegna a dire troppo presto “mi piace-non mi piace”. La cultura non si naviga così, con un gusto preconfezionato e precoce, basato su un’esperienza troppo povera per non essere superficiale.
La cultura è apertura mentale, è desiderio di cercare ciò che è lontano e diverso da Te.
La cultura non è uno specchio rassicurante, ma uno specchio deformante in un labirinto oscuro. È una ricerca infinita. È la capacità di accettare che la tana del coniglio porta nel Paese delle Meraviglie. E le “meraviglie” sono inquietanti come lo è il nostro subconscio, la parte più vera del sè.
Il prezzo che la società paga per rassicurare i genitori è la morte degli Autori e la morte della Letteratura. E questo travolge anche l’editoria per adulti, perché il nostro settore non forma lettori ma consumatori di narrativa che continueranno a cercare se stessi in ciò che leggono. Se una cosa ti parla troppo di ciò che già sai di te, è immondizia commerciale. Lo posso dire?
Lasciate i ragazzini davanti alla Play se l’alternativa è la “Play” della letteratura. Meglio mille lettori come nel XIX secolo che un milione di consumatori senza coraggio per affrontare l’ignoto e la complessità.
O la massa si eleva, o la cultura di massa diventa immondizia a basso costo. E dire a Aidan Chambers “sei scaduto” diventa normale.